La panchina
Non conosceva quella città, ma ne aveva letto molto sui libri. Si sentiva sicuro. Sicuro che non avrebbe mai avuto di che sentirsi sorpreso.
"Niente andrà storto".
Se lo ripeteva come un mantra, una preghiera sotto voce o meglio, una ninna nanna. Si sentiva stretto da una morsa indescivibile, che solo lui riusciva a percepire. Si chiedeva come mai, nessuno al di fuori di lui, la sentisse.
Camminava a testa bassa, tra i palazzi di cemento, come se cercasse la risposta alle sue domande ai suoi piedi, come se, distrattamente, qualcuno prima di lui le avesse lasciate cadere a terra. Il cielo era di un azzurro sbiadito, una lastra di calore si era depositata pesantemente sulla città.
Questo, sui libri non c'è, pensava, e se c'è, le parole non lo rendono vero.
Consultava la mappa con crescente nervosismo. Da qualche parte, in una delle strade in vista, aveva assistito ad un assassinio. Verso pagina dodici, credeva di ricordare.
Il punto era, lo sapeva benissimo, che non poteva essere facile riconoscere il luogo del delitto.
Le scarpe diventavano sempre più pesanti. La camicia, scelta con cura per l'evento, era umida di sudore e si era incollata al corpo come una seconda pelle.
Nella piazza in cui stava ora, un'autobomba aveva fatto più di venti morti e un cecchino aveva abbattuto tre persone nello spazio di un respiro. Non era sicuro, forse, qualcuno aveva anche trovato l'amore.
L'amore non gli interessava, non ne sapeva molto. Era una di quello cose, come il calore, che le parole non rendono vive. Vedeva le persone innamorate, ma non riusciva a collegarle alle parole che gli scorrevano sotto gli occhi. Pensava, con un po' di fastidio, che ogni essere umano che ama debba per forza di cose essere almeno un po' diverso dagli altri. Non c'era modo di ingabbiarli in uno schema fisso.
Il palazzo di fronte a lui era crollato tre volte solo negli ultimi mesi. Aveva perso il conto totale delle distruzioni che lo coinvolgevano.
Passo dopo passo si era avvicinato alla meta.
Lì, la panchina c'era davvero.
L'aveva immaginata milioni di volte, la sera prima di andare a dormire. L'aveva cercata nei suoi sogni e lei era lì, come se fosse sta piazzata in quel luogo apposta per lui.
Su quella panchina, a pagina duecentoventitre il protagonista del suo libro preferito si era seduto ed era morto. Aveva immaginato quel momento per anni. Il momento in cui lui si sarebbe seduto su quella panchina e avrebbe fatto entrare il suo corpo nella storia di quel libro. Magari, con calma, avrebbe preso carta e penna e avrebbe scritto all'autore una lettera, tanto per fargli sapere che la panchina ora era anche un po' sua.
Estasiato, in preda a mille pensieri si avvicinò alla panchina e si sedette.
Si accorsero che era morto solo verso sera, la bocca spalancata e il sudore quasi completamente asciutto. La lettera che stava scrivendo gli era caduta dalle mani mentre con la sorpresa dell'ultimo respiro stava vergando la parola "fine".
"Niente andrà storto".
Se lo ripeteva come un mantra, una preghiera sotto voce o meglio, una ninna nanna. Si sentiva stretto da una morsa indescivibile, che solo lui riusciva a percepire. Si chiedeva come mai, nessuno al di fuori di lui, la sentisse.
Camminava a testa bassa, tra i palazzi di cemento, come se cercasse la risposta alle sue domande ai suoi piedi, come se, distrattamente, qualcuno prima di lui le avesse lasciate cadere a terra. Il cielo era di un azzurro sbiadito, una lastra di calore si era depositata pesantemente sulla città.
Questo, sui libri non c'è, pensava, e se c'è, le parole non lo rendono vero.
Consultava la mappa con crescente nervosismo. Da qualche parte, in una delle strade in vista, aveva assistito ad un assassinio. Verso pagina dodici, credeva di ricordare.
Il punto era, lo sapeva benissimo, che non poteva essere facile riconoscere il luogo del delitto.
Le scarpe diventavano sempre più pesanti. La camicia, scelta con cura per l'evento, era umida di sudore e si era incollata al corpo come una seconda pelle.
Nella piazza in cui stava ora, un'autobomba aveva fatto più di venti morti e un cecchino aveva abbattuto tre persone nello spazio di un respiro. Non era sicuro, forse, qualcuno aveva anche trovato l'amore.
L'amore non gli interessava, non ne sapeva molto. Era una di quello cose, come il calore, che le parole non rendono vive. Vedeva le persone innamorate, ma non riusciva a collegarle alle parole che gli scorrevano sotto gli occhi. Pensava, con un po' di fastidio, che ogni essere umano che ama debba per forza di cose essere almeno un po' diverso dagli altri. Non c'era modo di ingabbiarli in uno schema fisso.
Il palazzo di fronte a lui era crollato tre volte solo negli ultimi mesi. Aveva perso il conto totale delle distruzioni che lo coinvolgevano.
Passo dopo passo si era avvicinato alla meta.
Lì, la panchina c'era davvero.
L'aveva immaginata milioni di volte, la sera prima di andare a dormire. L'aveva cercata nei suoi sogni e lei era lì, come se fosse sta piazzata in quel luogo apposta per lui.
Su quella panchina, a pagina duecentoventitre il protagonista del suo libro preferito si era seduto ed era morto. Aveva immaginato quel momento per anni. Il momento in cui lui si sarebbe seduto su quella panchina e avrebbe fatto entrare il suo corpo nella storia di quel libro. Magari, con calma, avrebbe preso carta e penna e avrebbe scritto all'autore una lettera, tanto per fargli sapere che la panchina ora era anche un po' sua.
Estasiato, in preda a mille pensieri si avvicinò alla panchina e si sedette.
Si accorsero che era morto solo verso sera, la bocca spalancata e il sudore quasi completamente asciutto. La lettera che stava scrivendo gli era caduta dalle mani mentre con la sorpresa dell'ultimo respiro stava vergando la parola "fine".

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